Il nuovo realismo è un
totalitarismo
APOLOGIA DELLA DOXA. Il “nuovo
realismo” è letteralmente una trovata geniale. Il paradigma, reso recentemente
famoso da Maurizio Ferraris, che ne è il promotore in Italia, e da quella
fucina di idee progressiste che è il gruppo La Repubblica[1] […] Fondamentalmente
è UN RITORNO
AI FASTI DELLA DOXA (ΔΌΞΑ), L’OPINIONE COMUNE, CIÒ CONTRO CUI SI ERGE IL
PENSIERO FILOSOFICO FIN DALLE SUE ORIGINI PRE-SOCRATICHE[3]. Detta in
maniera brutale, ma forse anche efficace, IL NUOVO REALISMO AFFERMA LA
CONSISTENZA OGGETTIVA DELLA REALTÀ, AL DI LÀ DI OGNI FENOMENO INTERPRETATIVO.
Il suo principale avversario non può che essere il NIETZSCHE che nel noto frammento postumo dichiarava profeticamente:
«CONTRO
IL POSITIVISMO, CHE SI FERMA AI FENOMENI: “CI
SONO SOLTANTO FATTI”‘, DIREI: NO, PROPRIO I FATTI NON CI SONO, BENSÌ SOLO
INTERPRETAZIONI. NOI NON POSSIAMO CONSTATARE NESSUN FATTO “IN SÉ”; È FORSE
UN’ASSURDITÀ VOLERE QUALCOSA DEL GENERE. “TUTTO
È SOGGETTIVO”, DITE VOI; MA GIÀ QUESTA È UN’INTERPRETAZIONE, IL “SOGGETTO”
NON È NIENTE DI DATO, È SOLO QUALCOSA DI AGGIUNTO CON L’IMMAGINAZIONE, QUALCOSA
DI APPICCICATO DOPO. È INFINE ANCORA NECESSARIO METTERE L’INTERPRETE DIETRO
L’INTERPRETAZIONE? GIÀ QUESTA È INVENZIONE, IPOTESI. IN QUANTO ALLA PAROLA
“CONOSCENZA” ABBIA SENSO IL MONDO È
CONOSCIBILE; MA ESSO È INTERPRETABILE IN MODI DIVERSI, NON HA DIETRO DI SÉ UN
SENSO, MA INNUMEREVOLI SENSI.
“PROSPETTIVISMO”. SONO I NOSTRI BISOGNI,
CHE INTERPRETANO IL MONDO: I NOSTRI ISTINTI E I LORO PRO E CONTRO. OGNI ISTINTO È UNA SPECIE DI SETE DI
DOMINIO, OGNUNO HA LA SUA PROSPETTIVA, CHE ESSO VORREBBE IMPORRE COME NORMA A
TUTTI GLI ALTRI ISTINTI»[4].
Il baffone di Röcken, anche in
questo frammento, NON NEGA L’ESISTENZA DI UN QUALCOSA POSTO LÀ FUORI, LA REALTÀ,
ma sta sottolineando come il rapporto tra soggetto e mondo si dia sempre come
dialettica orientata dal senso[5]. L’ingenuità del realismo che afferma
l’inemendabilità del reale, vale a dire la consistenza immodificabile
dell’oggetto-mondo posto davanti al soggetto, disconosce che questa relazione è
sempre situata in una prospettiva attraverso la quale i “fatti” assumono un
certo “valore”. In altre parole, non si nega la possibilità di riscontrare
empiricamente qualcosa di inter-soggettivamente verificabile (“fatto”) ma che
questo “qualcosa”, nel momento in cui entra a far parte del nostro universo
mentale, assume un certo “senso”, un certo “posto”, che è a tutti gli effetti
il prodotto della singolarità irriducibile che siamo. A Nietzsche interessa
indagare questo “spazio vuoto” entro cui il mondo assume una certa dislocazione
per il soggetto. Un’analitica della verità entro cui si dà la verità; o per
essere più chiari: una ricerca delle condizioni che determinano la prospettiva
attraverso la quale ci affacciamo sul mondo: il nostro belvedere. «Il mondo apparente è un mondo considerato
secondo certi valori: ordinato e sceverato in conformità a certi valori, ossia,
in questo caso, dal punto di vista dell’utilità, in vista della conservazione e
dell’aumento di potenza di un determinato genere di animale»[6] . Nietzsche
problematizza l’a-priori irriflesso entro cui si dispone la nostra immagine del
pensiero (per dirla con Deleuze) perché è convinto che l’uomo non si disponga
davanti ad un inemendabile, come pensano gli ingenui, ma che viva innanzitutto
singolarmente[7] il proprio mondo.
Il nuovo realismo, sostenendo la
tesi secondo cui Nietzsche (e i suoi epigoni postmoderni) avrebbe
esaltato il concetto di interpretazione a detrimento della verità,
intesa quest’ultima nella forma corrispondentista di «adaequatio rei et
intellectus», oltre ad operare una lettura banale del baffone, ha voluto
cercare di smontare i due presunti dogmi del postmoderno così riassumibili:
«che tutta la realtà sia socialmente costruita e infinitamente manipolabile, e
che la verità sia una nozione inutile perché la solidarietà è più importante
dell’oggettività»[8]( p. XI). Affermare
l’inemendabilità di ciò che c’è, «il carattere saliente del
reale»[9] , è l’imperativo di questa
condizione post- postmoderna. Ma siamo sicuri che questa sia un’operazione
filosofica emancipatoria come in più parti si sbandiera nel Manifesto del nuovo
realismo? Noi non ne siamo convinti, tutt’altro.
Come ho cercato di mostrare in
Bentornata Ingenuità! L’oscena fantasia della ciabatta[10], il contributo
preparato per il volume a più voci Il nuovo realismo è un populismo , la svolta
realista del circolo di Ferraris è il tentativo più “facile” di andare incontro
ad un’opinione pubblica che fa sempre più fatica a star dietro a ragionamenti complessi e che,
quindi, cerca le scorciatoie della conoscenza in pillole, ciò che “può essere
facilmente compreso” e, magari, ridotto nella forma iconica cui tutti siamo
abituati per le frequentazioni dei social network. Ma è, soprattutto, una
procedura di esaltazione del senso comune e un tentativo di ridurre la
filosofia a pratica di ratifica dell’ovvio, della doxa. Se il pensiero
filosofico nasce per cercare di indagare i principi primi non immediatamente
riscontrabili che organizzano la realtà, la sua trama, le sue leggi, il nuovo
realismo si pone in netta anti-tesi a questo spirito primordiale sancendo
l’inequivocabilità di ciò che appare davanti ai nostri occhi, del mondo “così
come lo vediamo”, del dato bruto disponibile alla chiacchiera di qualunque
signor Simplicius.
Apparentemente questo andare
incontro all’uomo comune dovrebbe essere
favorire la democrazia di massa anche nell’ambito della riflessione
teoretica. Non è così. Come ha più volte sottolineato Slavoj Žižek[11], le
operazioni ideologiche più pericolose sono quelle che si delineano sotto altre
vesti, magari facendo ricorso al consenso demagogico. E’ proprio il caso
dell’operazione targata new realism in salsa italiana[12] che, attraverso il
consenso del grande pubblico, mira a ridurre la filosofia a semplice operazione
di ratifica dell’opinione comune. Prova ad accattivarsi il plauso delle masse
svendendo slogan che tutti gli insofferenti la “fatica del concetto” anelano e,
così operando, attacca il filosofo “grillo parlante”, quello che mette la
“pulce nell’orecchio” proponendo e sollecitando la riflessione, l’attività
critica, la messa in discussione del senso comune, di ciò che appare palese.
Offre “ricette a buon mercato” che, in linea con i tempi (forse con tutti i
tempi), provano ad aggirare l’ostacolo attraverso il ricorso alla soluzione più
facile, la più ovvia, quella che semplifica tutto e tutto dispone sul piano
orizzontale della chiacchiera; quel piano in cui si parla solo per affermare il
diritto di aprire la bocca, anche solo per darle fiato e per riempire l’aria di
flatulenze verbali. Si esalta l’opinione comune che tutti sappiamo quanto sia
evanescente, soggetta agli umori del tempo, alle sollecitazioni strumentali
alle varianti dell’emotività. Quanto sia
condizionabile.
L’opinione comune, la doxa, era
la grande avversaria della filosofia presocratica, quella che si interrogava
sulle condizioni di possibilità dell’esistente, diffidando profondamente
dell’ovvio buon senso dell’uomo comune e ricevendo, in cambio, altrettanti
sospetti; ci ricordiamo tutti della servetta di Talete… Compito di questa filosofia
delle origini è scompaginare i valori comuni, le certezze dell’opinione
pubblica, le chiacchiere da osteria, quel sapere inconsapevole cui si riferiva
Braudel parlando di inconscio collettivo[13] ancora tutto da indagare. Proprio questo sapere ingenuo che innerva
l’opinione pubblica è alla base di ogni totalitarismo. La radice di
quest’ultimo, il suo scopo principale, è quello di «costruire un uomo nuovo dal
quale estirpare ogni tratto non sussumibile sotto una legge universale»[14] ,
di ridurre ogni singolo uomo ad un pezzo intercambiabile all’interno della
specie, cancellandone la soggettività, intesa come singolare apertura al mondo.
Elemento fondamentale per raggiungere questo scopo è la riduzione
dell’immaginario collettivo ad Uno, sottrazione delle differenze singolari a
vantaggio dell’omologazione. Ogni totalitarismo opera per riprodurre la specie
umana sotto il segno dell’Unità:
«Il dominio totale, che mira ad
organizzare gli uomini nella loro infinita pluralità e diversità come se tutti
insieme costituissero un unico individuo, è possibile soltanto se ogni persona
viene ridotta a un’immutabile identità di reazioni, in modo che ciascuno di
questi fasci possa essere scambiato con qualsiasi altro. Si tratta di
fabbricare qualcosa che non esiste.»[15]
In ogni totalitarismo la posta in
gioco riguarda la creazione di un certo tipo di individuo, parte di un insieme
più ampio contraddistinto dall’uniformità di quella che, con Deleuze, possiamo
chiamare una certa “immagine presunta naturale del pensiero[16]”. Un uomo che
non pensa ma che si limita a riconoscere il dato oggettivo che «appare
impermeabile al sapere e fornisce un caso di patente divario tra conoscenza del
mondo ed esperienza del mondo […].»[17]La presunta naturale corrispondenza tra
pensiero e mondo sbandierata dal realismo ingenuo, lungi dall’essere una
filosofia dell’emancipazione è, a ben vedere, un potente strumento a
disposizione delle pratiche di governo che mirano alla cancellazione delle
differenze. Uno spirito reazionario contraddistingue un pensiero, quello dei
nuovi realisti, che si propone di
affermare la presunta oggettività del mondo e, implicitamente, l’inutilità
della riflessione filosofica, di ogni procedimento teoretico che mira a mettere
tra parentesi le certezze al fine di indagarle, di sottoporle a critica. Questo
“oggettivismo” (lo possiamo chiamare così) da ragioniere si regge su quella che
abbiamo definito l’ idiota fantasia del logos[18], l’irriflessa postura
intellettuale che «immagina il mondo
esterno come il correlato di un’esperienza neutra»[19], di un semplice
riconoscimento dello stato di cose. Il sogno che l’intero universo sia
semplicemente quello che percepiamo, che non nasconda abissi, traumi, zone
oscure, fenditure, pericoli, è, probabilmente, una delle fantasie fondamentali
della specie umana, da sempre intimamente minacciata dall’insondabile e,
quindi, sempre sulla difensiva. Un qualcosa di disponibile alle nostre pretese
manipolative, ecco, cosa prospetta il nuovo realismo per sedare le paure
indefinite della “società dell’ansia”. Ma questa ricetta di sicurezza, che
sacrifica la verità per un pò di sicurezza, è proprio ciò che offrono tutti i
totalitarismi, di qualunque colore. Si coltivano, si proteggono, si
organizzano, le esigenze, i desideri e le istanze della doxa al fine di
disporne l’addomesticamento di massa. Sembra una procedura già vista…
[1] Il dibattito sul Nuovo
realismo è sorto e si è diffuso sulle pagine di La Repubblica che ha svolto la
funzione di cassa di risonanza per una querelle inizialmente tutta torinese. E’
leggibile nella sua interezza qui: http://nuovorealismo.wordpress.com/rassegna/2013-2/
[2] Qui il programma del
convegno: http://new-realism.de/program.php
[3] Sulle origini del pensiero
greco ci sembra sempre attuale il rinvio a J.P.Vernant, Le origini del pensiero
greco, trad.it. a cura di F.Codino, Se ed. 2005.
[4] Cfr. F. Nietzsche, Frammenti
postumi 1885-1887, in Opere complete, vol. 8.1, Adelphi, Milano 1975, fr.
7[60], pp. 299-300.
[5] Come aveva compreso benissimo
il Deleuze dei primi studi su Nietzsche; vedi: “Senso e valore in Nietzsche
secondo DEleuze” su http://haecceitasweb.com/2010/05/30/senso-e-valore-in-nietzsche-secondo-deleuze/
[6] F.Nietzsche, La volontà di
potenza, trad.it. di A.Treves, riveduta da P.Kobau e M.Ferraris, Bompiani, Milano
1992/2001, § 507, p.280.
[7] La precedenza è logica e non
cronologica.
[8] Cfr. M.Ferraris, Manifesto
del nuovo realismo, Laterza, Roma-Bari 2012, p. XI
[9] Ivi, p.30
[10] Cfr. F.Milazzo, Bentornata
Ingenuità! L’oscena fantasia della ciabatta, in (a cura di Regazzoni-Ocone. Di
Cesare), Il nuovo realismo è un populismo, Il nuovo Melangolo, Genova 2013, pp.
25-40.
[11] Vedi le analisi portate
avanti in S. Žižek, In difesa delle cause perse. Materiali per la rivoluzione
globale, trad.it di C.Arruzza, Ponte alle Grazie, Firenze 2009.
[12] Come ho sostenuto in diverse
occasioni, non tutte le analisi sul “nuovo realismo” sono da considerare delle
operazioni commerciali riduttive. Per un interessante eccezione vedi
Q.Meillasoux, Dopo la finitudine. Saggio sulla necessità della contingenza,
trad.it. di M.Sandri, Mimesis ed, Milano 2012.
[13] Cfr. F.Braudel, La dinamica
del capitalismo, Il Mulino, Bologna 1988, p.27.
[14] Cfr. S.Forti, Il grande
corpo della totalità. Immagini e concetti per pensare il totalitarismo in (a
cura di) M. Recalcati, Forme contemporanee del totalitarismo, Bollati
Boringhieri, Torino 2007,p.31.
[15] Cfr. H.Arendt, Le origini
del totalitarismo, ed. Comunità, Torino 1999, p.632.
[16] Cfr. G.Deleuze, Differenza e
ripetizione, ed. Raffaello Cortina,
Milano, 1997, pp. 169-199.
[17] Cfr. M. Ferraris,
Manifesto…, cit. p.52
[18] Cfr. F.Milazzo, Bentornata…,
cit., p.40.
[19] Ibidem.
di Fabio Milazzo